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MSDE Catullo Parini Foscolo Gozzano Anarchie Sardinia Laurasia

 

IL GIORNO
  ♦ Il mattino
  ♦ Il meriggio
  ♦ Il vespro
  ♦ La notte
 
ODI
  ♦ I L'innesto del vaiuolo
  ♦ II La salubrità dell'aria
  ♦ III La vita rustica
  ♦ IV Il bisogno
  ♦ V Il brindisi
  ♦ VI La impostura
  ♦ VII Il piacere e la virtú
  ♦ VIII La primavera
  ♦ IX La educazione
  ♦ XXV Alla Musa
 
TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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IL MATTINO



Sorge il mattino in compagnia dell'alba
Dinanzi al sol che di poi grande appare
Su l'estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l'onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel moglie e i minori
Suoi figlioletti intiepidír la notte:
Poi sul dorso portando i sacri arnesi
Che prima ritrovò Cerere o Pale
Move seguendo i lenti bovi, e scote
 







5




10
Lungo il picciol sentier dai curvi rami
Fresca rugiada che di gemme al paro
La nascente del sol luce rifrange.
Allora sorge il fabbro, e la sonante
Officina riapre, e all'opre torna
L'altro dí non perfette; o se di chiave
Ardua e ferrati ingegni all'inquieto
Ricco l'arche assecura; o se d'argento
E d'oro incider vuol gioielli e vasi
Per ornamento a nova sposa o a mense.
 



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20
    Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo
Qual istrice pungente irti i capelli
Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino
Signor questo non è. Tu col cadente
Sol non sedesti a parca cena, e al lume
Dell'incerto crepuscolo non gisti
Ieri a posar qual nei tuguri suoi
Entro a rigide coltri il vulgo vile.
A voi celeste prole a voi concilio
Almo di semidei altro concesse
 



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30
Giove benigno: e con altr'arti e leggi
Per novo calle a me guidarvi è d'uopo.
Tu tra le veglie e le canore scene
E il patetico gioco oltre piú assai
Producesti la notte: e stanco alfine
In aureo cocchio col fragor di calde
Precipitose rote e il calpestio
Di volanti corsier lunge agitasti
Il queto aere notturno; e le tenèbre
Con fiaccole superbe intorno apristi
 



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Siccome allor che il siculo terreno
Da l'uno a l'altro mar rimbombar féo
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
Le tede de le Furie anguicrinite.
Tal ritornasti ai gran palagi: e quivi
Cari conforti a te porgea la mensa
Cui ricoprien prurigginosi cibi
E licor lieti di francesi colli
E d'ispani e di toschi o l'ungarese
Bottiglia a cui di verdi ellere Bromio
 



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Concedette corona, e disse: «Or siedi
De le mense reina». Alfine il Sonno
Ti sprimacciò di prima man le cóltrici
Molle cedenti, ove te accolto il fido
Servo calò le ombrifere cortine:
E a te soavemente i lumi chiuse
Il gallo che li suole aprire altrui.
Dritto è però che a te gli stanchi sensi
Dai tenaci papaveri Morfeo
Prima non solva che già grande il giorno
 



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Fra gli spiragli penetrar contenda
De le dorate imposte; e la parete
Pingano a stento in alcun lato i rai
Del sol ch'eccelso a te pende sul capo.
    Or qui principio le leggiadre cure
Denno aver del tuo giorno: e quindi io deggio
Sciorre il mio legno, e co' precetti miei
Te ad alte imprese ammaestrar cantando.
Già i valletti gentili udír lo squillo
De' penduli metalli a cui da lunge
 



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Moto improvviso la tua destra impresse;
E corser pronti a spalancar gli opposti
Schermi a la luce; e rigidi osservaro
Che con tua pena non osasse Febo
Entrar diretto a saettarte i lumi.
Ergi dunque il bel fianco, e sí ti appoggia
Alli origlier che lenti degradando
All'omero ti fan molle sostegno;
E coll'indice destro lieve lieve
Sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua
 



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Quel che riman de la cimmeria nebbia;
Poi de' labbri formando un picciol arco
Dolce a vedersi tacito sbadiglia.
Ahi se te in sí vezzoso atto mirasse
Il duro capitan quando tra l'arme
Sgangherando la bocca un grido innalza
Lacerator di ben costrutti orecchi,
S'ei te mirasse allor, certo vergogna
Avria di sé piú che Minerva il giorno
Che di flauto sonando al fonte scorse
 



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Il turpe aspetto de le guance enfiate.
    Ma il damigel ben pettinato i crini
Ecco s'innoltra; e con sommessi accenti
Chiede qual piú de le bevande usate
Sorbir tu goda in preziosa tazza.
Indiche merci son tazza e bevande:
Scegli qual piú desii. S'oggi a te giova
Porger dolci a lo stomaco fomenti
Onde con legge il natural calore
V'arda temprato, e al digerir ti vaglia,
 



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Tu il cioccolatte eleggi, onde tributo
Ti diè il Guatimalese e il Caribeo
Che di barbare penne avvolto ha il crine:
Ma se noiosa ipocondria ti opprime,
O troppo intorno a le divine membra
Adipe cresce, de' tuoi labbri onora
La nettarea bevanda ove abbronzato
Arde e fumica il grano a te d'Aleppo
Giunto e da Moca che di mille navi
Popolata mai sempre insuperbisce.
 



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Certo fu d'uopo che dai prischi seggi
Uscisse un regno, e con audaci vele
Fra straniere procelle e novi mostri
E teme e rischi ed inumane fami
Superasse i confin per tanta etade
Inviolati ancora: e ben fu dritto
Se Pizzarro e Cortese umano sangue
Piú non stimàr quel ch'oltre l'oceàno
Scorrea le umane membra; e se tonando
E fulminando alfin spietatamente
 



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Balzaron giú dai grandi aviti troni
Re messicani e generosi Incassi,
Poi che nuove cosí venner delizie
O gemma degli eroi al tuo palato.
    Cessi 'l cielo però che, in quel momento
Che le scelte bevande a sorbir prendi,
Servo indiscreto a te improvviso annunci
O il villano sartor che non ben pago
D'aver teco diviso i ricchi drappi
Oso sia ancor con polizza infinita
 



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Fastidirti la mente; o di lugúbri
Panni ravvolto il garrulo forense
Cui de' paterni tuoi campi e tesori
Il periglio s'affida; o il tuo castaldo
Che già con l'alba a la città discese
Bianco di gelo mattutin la chioma.
Cosí zotica pompa i tuoi maggiori
Al dí nascente si vedean d'intorno:
Ma tu gran prole in cui si féo scendendo
E piú mobile il senso e piú gentile
 



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Ah sul primo tornar de' lievi spirti
All'ufficio diurno ah non ferirli
D'imagini sí sconce. Or come i detti
Di costor soffrirai barbari e rudi;
Come il penoso articolar di voci
Smarrite titubanti al tuo cospetto;
E tra l'obliquo profondar d'inchini
Del calzar polveroso in sui tapeti
Le impresse orme indecenti? Ahimè che fatto
Il salutar licore agro e indigesto
 



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Ne le viscere tue allor faria
E in casa e fuori e nel teatro e al corso
Ruttar plebeiamente il giorno intero!
    Non fia ch'attenda già ch'altri lo annunci,
Gradito ognor benché improvviso, il dolce
Mastro che il tuo bel piè come a lui piace
Guida e corregge. Egli all'entrar s'arresti
Ritto sul limitare, indi elevando
Ambe le spalle qual testudo il collo
Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo
 



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160
Il mento inchini, e con l'estrema falda
Del piumato cappello il labbro tocchi.
E non men di costui facile al letto
Del mio signor t'innoltra o tu che addestri
A modular con la flessibil voce
Soavi canti; e tu che insegni altrui
Come vibrar con maestrevol arco
Sul cavo legno armoniose fila.
Né la squisita a terminar corona
Che segga intorno a te manchi o signore
 



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Il precettor del tenero idioma
Che da la Senna de le Grazie madre
Pur ora a sparger di celeste ambrosia
Venne all'Italia nauseata i labbri.
All'apparir di lui l'itale voci
Tronche cedano il campo al lor tiranno:
E a la nova inefabil melodia
De' sovrumani accenti odio ti nasca
Piú grande in sen contro a le bocche impure
Ch'osan macchiarse ancor di quel sermone
 



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Onde in Valchiusa fu lodata e pianta
Già la bella francese; e i culti campi
All'orecchio del re cantati furo
Lungo il fonte gentil da le bell'acque.
    Or te questa o signor leggiadra schiera
Al novo dí trattenga: e di tue voglie
Irresolute ancora or quegli or questi
Con piacevol discorso il vano adempia,
Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi
Dell'ardente bevanda a qual cantore
 



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190
Nel vicin verno si darà la palma
Sovra le scene; e s'egli è il ver che rieda
L'astuta Frine che ben cento folli
Milordi rimandò nudi al Tamigi;
O se il brillante danzator Narcisso
Torni pur anco ad agghiacciare i petti
De' palpitanti italici mariti.
Cosí poi che gran pezzo ai novi albori
Del tuo mattin teco scherzato fia
Non senza aver da te rimosso in prima
 



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200
L'ipocrita pudore e quella schifa
Che le accigliate gelide matrone
Chiaman modestia, alfine o a lor talento
O da te congedati escan costoro.
Doman quindi potrai o l'altro forse
Giorno ai precetti lor porgere orecchio
Se a' bei momenti tuoi cure minori
Porranno assedio. A voi divina schiatta
Piú assai che a noi mortali ciel concesse
Domabile midollo entro al cerèbro,
 



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210
Sí che breve lavoro unir vi puote
Ampio tesor d'ogni scienza ed arte.
Il vulgo intanto a cui non lice il velo
Aprir de' venerabili misteri
Fie pago assai poi che vedrà sovente
Ire o tornar dal tuo palagio i primi
D'arte maestri; e con aperte fauci
Stupefatto berà le tue sentenze.
    Ma già vegg'io che le oziose lane
Premer non sai piú lungamente: e in vano
 



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220
Te l'ignavo tepor lusinga e molce,
Però che te piú gloriosi affanni
Aspettan l'ore ad illustrar del giorno.
O voi dunque del primo ordine servi
Che di nobil signor ministri al fianco
Siete incontaminati, or dunque voi
Al mio divino Achille al mio Rinaldo
L'armi apprestate. Ed ecco in un baleno
I damigelli a' cenni tuoi star pronti.
Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste
 



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230
La serica zimarra ove bei fregi
Diramansi chinesi; altri se il chiede
Piú la stagione a te le membra copre
Di stese infino al piè tiepide pelli;
Questi al fianco ti cinge il bianco lino
Che sciorinato poi cada e difenda
I calzonetti; e quei d'alto curvando
Il cristallino rostro in su le mani
Ti versa onde odorate, e da le mani
In limpido bacin sotto le accoglie;
 



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240
Quale il sapon del redivivo muschio
Olezzante all'intorno; e qual ti porge
Il macinato di quell'arbor frutto
Che a Rodope fu già vaga donzella,
E piagne invan sotto mutate spoglie
Demofoonte ancor Demofoonte;
Un di soavi essenze intrisa spugna
Onde tergere i denti; e l'altro appresta
Onde imbiancar le guance util licore.
    Assai signore a te pensasti: or volgi
 



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L'alta mente per poco ad altri obbietti
Non men degni di te. Sai che compagna
Con cui partir de la giornata illustre
I travagli e le glorie il ciel destina
Al giovane signore. Impallidisci?
Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vieto
Dottor sarei se cosí folle io dessi
A te consiglio. Di tant'alte doti
Già non orni cosí lo spirto e i membri
Perché in mezzo a la fulgida carriera
 



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260
Tu il tuo corso interrompa e, fuora uscendo
Di cotesto a ragion detto bel mondo,
In tra i severi di famiglia padri
Relegato ti giacci in nodi avvinto
Di giorno in giorno piú noiosi e fatto
Ignobil fabbro de la razza umana.
D'altra parte il marito ahi quanto spiace,
E lo stomaco move ai delicati
Del vostr'orbe felici abitatori
Qualor de' semplicetti avoli nostri
 



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270
Portar osa in ridevole trionfo
La rimbambita fé la pudicizia
Severi nomi. E qual non suole a forza
Entro a' melati petti eccitar bile
Quando i computi vili del castaldo
Le vendemmie i ricolti i pedagoghi
Di que' sí dolci suoi bambini altrui
Gongolando ricorda; e non vergogna
Di mischiar cotai fole a peregrini
Subbietti a nuove del dir forme a sciolti
 



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280
Da volgar fren concetti, onde s'avviva
De' begli spirti il conversar sublime.
Non però tu senza compagna andrai;
Ché tra le fide altrui giovani spose
Una te n'offre inviolabil rito
Del bel mondo onde sei parte sí cara.
    Tempo fu già che il pargoletto Amore
Dato era in guardia al suo fratello Imene;
Tanto la madre lor temea che il cieco
Incauto nume perigliando gisse
 



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290
Misero e solo per oblique vie;
E che, bersaglio agl'indiscreti colpi
Di senza guida e senza freno arciere,
Immaturo al suo fin corresse il seme
Uman che nato è a dominar la terra.
Quindi la prole mal secura all'altra
In cura dato avea sí lor dicendo:
«Ite o figli del par; tu piú possente
Il dardo scocca, e tu piú cauto il reggi
A certa meta». Cosí ognor congiunta
 



295




300
Iva la dolce coppia; e in un sol regno,
E d'un nodo comun l'alme strignea.
Allora fu che il sol mai sempre uniti
Vedea un pastore ed una pastorella
Starsi al prato a la selva al colle al fonte:
E la suora di lui vedeali poi
Uniti ancor nel talamo beato
Ch'ambo gli amici numi a piene mani
Gareggiando spargean di gigli e rose.
Ma che non puote anco in divini petti,
 



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310
Se mai s'accende, ambizion d'impero?
Crebber l'ali ad Amor, crebbe l'ardire;
Onde a brev'aere prima indi securo
A vie maggior fidossi, e fiero alfine
Entrò nell'alto, e il grande arco crollando
E il capo risonar fece a quel moto
Il duro acciar che a tergo la faretra
Gli empie, e gridò: «Solo regnar vogl'io».
Disse, e volto a la madre: «Amore adunque,
Il piú possente in fra gli dei, il primo
 



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320
Di Citerea figliuol, ricever leggi,
E dal minor german ricever leggi,
Vile alunno anzi servo? Or dunque Amore
Non oserà fuor ch'una unica volta
Fiedere un'alma come questo schifo
Da me pur chiede? E non potrò giammai
Da poi ch'io strinsi un laccio anco disciorlo
A mio talento e, se m'aggrada, un altro
Strignerne ancora? E lascerò pur ch'egli
Di suoi unguenti impece a me i miei dardi
 



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330
Perché men velenosi e men crudeli
Scendano ai petti? Or via perché non togli
A me da le mie man quest'arco e queste
Armi da le mie spalle, e ignudo lasci
Quasi rifiuto degli dei Cupido?
Oh il bel viver che fia quando tu solo
Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!
Studiarti a torre da le languid'alme
La stanchezza e il fastidio, e spander gelo
Di foco in vece! Or genitrice intendi:
 



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340
Vaglio e vo' regnar solo. A tuo piacere
Tra noi parti l'impero, ond'io con teco
Abbia omai pace; e in compagnia d'Imene
Me non veggan mai piú le umane genti».
Amor qui tacque; e minaccioso in atto
Parve all'idalia dea chieder risposta.
Ella tenta placarlo, e preghi e pianti
Sparge ma in van; tal ch'ai due figli volta
Con questo dir pose al contender fine:
«Poi che nulla tra voi pace esser puote,
 



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350
Si dividano i regni: e perché l'uno
Sia dall'altro fratello ognor disgiunto
Sien diversi tra voi e il tempo e l'opra.
Tu che di strali altero a fren non cedi
L'alme ferisci, e tuffo il giorno impera;
E tu che di fior placidi hai corona
Le salme accoppia, e con l'ardente face
Regna la notte». Or quindi almo Signore
Venne il rito gentil che ai freddi sposi
Le tenebre concede e de le spose
 



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360
Le caste membra; e a voi beata gente
E di piú nobil mondo il cor di queste
E il dominio del di largo destina.
    Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendi
Quai tu deggia il mattin cure a la bella
Che spontanea o pregata a te si diede
In tua dama quel dí lieto che a fida
Carta, né senza testimoni, furo
A vicenda commessi i patti santi
E le condizion del caro nodo.
 



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370
Già la dama gentile i vaghi rai
Al novo giorno aperse; e suo primiero
Pensier fu dove teco ir piú convenga
A vegliar questa sera; e gravemente
Consultò con lo sposo a lei vicino,
O a baciarle la man pur dianzi ammesso.
Ora è tempo o signor che il fido servo
E il piú accorto tra' tuoi voli al palagio
Di lei chiedendo se tranquilli sonni
Dormío la notte; e se d'immagin liete
 



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380
Le fu Mòrfeo cortese. È ver che ieri
Al partir l'ammirasti in viso tinta
Di freschissime rose; e piú che mai
Viva e snella balzar teco dal cocchio;
E la vigile tua mano per vezzo
Ricusar sorridendo allor che l'ampie
Scale salí del maritale albergo:
Ma ciò non basti ad acquetarti; e mai
Non obliar sí giusti ufici. Ahi quanti
Geni malvagi fra l'orror notturno
 



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390
Godono uscire, ed empier di perigli
La placida quiete de' viventi!
Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane
Con latrato improvviso i cari sogni
Troncar de la tua dama; ond'ella, scossa
Da súbito capriccio, a rannicchiarse
Astretta fosse di sudor gelato
E la fronte bagnando e il guancial molle.
Anco poria colui che sí de' tristi
Come de' lieti sogni è genitore,
 



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400
Crearle in mente di nemiche idee
In un congiunte orribile chimera;
Tal che agitata e in ansioso affanno>
Gridar tentasse, e non però potesse
Aprire ai gridi tra le fauci il varco.
Sovente ancor de la passata sera
La perduta nel gioco aurea moneta
Non men che al cavalier suole a la dama
Lunga vigilia cagionar: talora
Nobile invidia de la bella amica
 



405




410
Vagheggiata da molti, e talor breve
Gelosia n'è cagione. A questo aggiugni
Gl'importuni mariti i quai nel capo
Ravvolgendosi ancor le viete usanze,
Poi che cessero ad altri il giorno, quasi
Aggian fatto gran cosa, aman d'Imene
Con superstizion serbare i dritti,
E dell'ombra notturna esser tiranni,
Ahi con qual noia de le caste spose
Ch'indi preveggon fra non molto il fiore
 



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420
Di lor fresca beltade a sé rapito.
    Mentre che il fido messagger sen rieda
Magnanimo signor già non starai
Ozioso però. Nel campo amato
Pur in questo momento il buon cultore
Suda e incallisce al vomere la mano
Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi
Dorati cocchi e pellegrine mense.
Ora per te l'industre artier sta fiso
Allo scarpello all'asce al subbio all'ago:
 



425




430
Ed ora in tuo favor contende o veglia
Il ministro di Temi. Ecco te pure
La tavoletta or chiama. Ivi i bei pregi
De la natura accrescerai con l'arte,
Ond'oggi, uscendo, del beante aspetto
Beneficar potrai le genti, e grato
Ricompensar di sue fatiche il mondo.
    Ogni cosa è già pronta. All'un de' lati
Crepitar s'odon le fiammanti brage
Ove si scalda industrioso e vario
 



435




440
Di ferri arnese a moderar del fronte
Gl'indocili capei. Stuolo d'Amori
Invisibil sul foco agita i vanni,
E per entro vi soffia alto gonfiando
Ambe le gote. Altri di lor v'appressa
Pauroso la destra; e prestamente
Ne rapisce un de' ferri: altri rapito
Tenta com'arda in su l'estrema cima
Sospendendol dell'ala; e cauto attende
Pur se la piuma si contragga o fume:
 



445




450
Altri un altro ne scote; e de le ceneri
Fuligginose il ripulisce e terge.
Tali a le vampe dell'etnèa fucina,
Sorridente la madre, i vaghi Amori
Eran ministri all'ingegnoso fabbro:
E sotto ai colpi del martel frattanto
L'elmo sorgea del fondator latino.
All'altro lato con la man rosata
Como e di fiori inghirlandato il crine
I bissi scopre ove di idali arredi
 



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460
Almo tesor la tavoletta espone.
Ivi e nappi eleganti e di canori
Cigni morbide piume; ivi raccolti
Di lucide odorate onde vapori;
Ivi di polvi fuggitive al tatto
Color diversi o ad imitar d'Apollo
L'aurato biondo o il biondo cenerino
Che de le sacre Muse in su le spalle
Casca ondeggiando tenero e gentile.
Che se a nobil eroe le fresche labbra
 



465




470
Repentino spirar di rigid'aura
Offese alquanto, v'è stemprato il seme
De la fredda cucurbita: e se mai
Pallidetto ei si scorga, è pronto all'uopo
Arcano agli altri eroi vago cinabro.
Né, quando a un semideo spuntar sul volto
Pustula temeraria osa pur fosse,
Multiforme di nei copia vi manca,
Ond'ei l'asconda in sul momento, ed esca
Piú periglioso a saettar coi guardi
 



475




480
Le belle inavvedute, a guerrier pari
Che, già poste le bende a la ferita,
Piú glorioso e furibondo insieme
Sbaragliando le schiere entra nel folto.
    Ma già velocemente il mio signore
Tre volte e quattro il gabinetto scorse
Col crin disciolto e sugli omeri sparso,
Quale a Cuma solea l'orribil maga
Quando, agitata dal possente nume,
Vaticinar s'udia. Cosí dal capo
 



485




490
Evaporar lasciò degli oli sparsi
Il nocivo fermento e de le polvi
Che roder gli porien la molle cute,
O d'atroci emicranie a lui lo spirto
Trafigger lungamente. Or ecco avvolto
Tutto in candidi lini a la grand'opra
E piú grave del dí s'appresta e siede.
Nembo dintorno a lui vola d'odori
Che a le varie manteche ama rapire
L'aura vagante lungo i vasi ugnendo
 



495




500
Le leggerissim'ale di farfalla:
E lo speglio patente a lui dinanzi
Altero sembra di raccor nel seno
L'imagin diva; e stassi agli occhi suoi
Severo esplorator de la tua mano
O di bel crin volubile architetto.
    O di bel crin volubile architetto
Tu pria chiedi all'eroe qual piú gli aggrade
Spargere al crin, se i gelsomini o il biondo
Fior d'arancio piuttosto o la giunchiglia
 



505




510
O l'ambra preziosa agli avi nostri.
Ma se la sposa altrui cara all'eroe
Del talamo nuzial si lagna, e scosse
Pur or da lungo peso i casti lombi,
Ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi;
Ché micidial potresti a un sol momento
Piú vite insidiar: semplici sieno
I tuoi balsami allor: né oprarli ardisci
Pria che di lor deciso aggian le nari
Del mio signore e tuo. Pon mano poi
 



515




520
Al pettin liscio, e con l'ottuso dente
Lieve solca le chiome; indi animoso
Le turba e le scompiglia; e alfin da quella
Alta confusion traggi e dispiega,
Opra di tua gran mente, ordin superbo.
Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro
Breve non fia però; né al termin giunto
Prima sarà che da' piú strani eventi
S'involva o tronchi all'alta impresa il filo.
Fisa i guardi a lo speglio; e là sovente
 



525




530
Il mio signor vedrai morder le labbra
Impaziente, ed arrossir nel volto.
Sovente ancor, se men dell'uso esperta
Parrà tua destra, del convulso piede
Udrai lo scalpitar breve e frequente,
Non senza un tronco articolar di voce
Che condanni e minacci. Anco t'aspetta
Veder talvolta il cavalier sublime
Furiando agitarsi, e destra e manca
Porsi a la chioma, e dissipar con l'ugne
 



535




540
Lo studio di molt'ore in un momento.
Che piú? Se per tuo male un dí vaghezza
D'accordar ti prendesse al suo sembiante
Gli edifici del capo, e non curassi
Ricever leggi da colui che venne
Pur ier di Francia, ah quale atroce folgore,
Meschino! allor ti penderia sul capo?
Tu allor l'eroe vedresti ergers'in piedi,
E per gli occhi versando ira e dispetto
Mille strazi imprecarti, e scender fino
 



545




550
Ad usurpar le infami voci al vulgo
Per farti onta maggiore, e di bastone
Il tergo minacciarti, e violento
Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo
Rotti cristalli e calamistri e vasi
E pettini ad un tempo. In simil guisa,
Se del tonante all'ara o de la Dea
Che ricovrò dal Nilo il turpe fallo
Tauro spezzava i raddoppiati nodi
E libero fuggia, vedeansi a terra
 



555




560
Cader tripodi tazze bende scuri
Litui coltelli, e d'orridi mugiti
Commosse rimbombar le arcate volte,
E d'ogni lato astanti e sacerdoti
Pallidi all'urto e all'impeto involarse
Del feroce animal che pria sí queto
Gía di fior cinto; e sotto a la man sacra
Umiliava le dorate corna.
Tu non pertanto coraggioso e forte
Dura e ti serba a la miglior fortuna.
 



565




570
Quasi foco di paglia è foco d'ira
In nobil petto. Il tuo signor vedrai
Mansuefatto a te chieder perdono,
E sollevarti oltr'ogni altro mortale
Con preghi e scuse a niun altro concesse;
Tal che securo sacerdote a lui
Immolerai lui stesso, e pria d'ognaltro
Larga otterrai del tuo lavor mercede.
    Or Signore a te riedo. Ah non sia colpa
Dinanzi a te s'io travviai col verso
 



575




580
Breve parlando ad un mortal cui degni
Tu degli arcani tuoi. Sai che a sua voglia
Questi ogni dé volge e governa i capi
De' semidei piú chiari: e le matrone
Che dai sublimi cocchi alto disdegnano
Chinar lo sguardo a la pedestre turba,
Non disdegnan sovente entrar con lui
In festevoli motti allor ch'esposti
A la sua man sono i ridenti avori
Del bel collo e del crin l'aureo volume.
 



585




590
Però m'odi benigno or ch'io t'apprendo
L'ore a passar piú graziose intanto
Che il pettin creator doni a le chiome
Leggiadra o almen non piú veduta forma.
    Breve libro elegante a te dinanzi
Tra gli arnesi vedrai che l'arte aduna
Per disputare a la natura il vanto
Del renderti sí caro agli occhi altrui.
Ei ti lusingherà forse con liscia
Purpurea pelle onde vestito avrallo
 



595




600
O mauritano conciatore o siro:
E d'oro fregi delicati e vago
Mutabile color che il collo imite
De la colomba v'avrà sparso intorno
Squisito legator batavo o franco:
E forse incisa con venereo stile
Vi fia serie d'imagini interposta,
Lavor che vince la materia, e donde
Fia che nel cor ti si ridesti e viva
La stanca di piaceri ottusa voglia.
 



605




610
Or tu il libro gentil con lenta mano
Togli, e non senza sbadigliare un poco
Aprilo a caso o pur là dove il parta
Tra l'uno e l'altro foglio indice nastro.
    O de la Francia Proteo multiforme
Scrittor troppo biasmato e troppo a torto
Lodato ancor, che sai con novi modi
Imbandir ne' tuoi scritti eterno cibo
Ai semplici palati, e se' maestro
Di color che a sé fingon di sapere,
 



615




620
Tu appresta al mio signor leggiadri studi
Con quella tua fanciulla all'Anglo infesta,
Onde l'Enrico tuo vinto è d'assai,
L'Enrico tuo che in vano abbatter tenta
L'italian Goffredo ardito scoglio
Contro a la Senna d'ogni vanto altera.
Tu de la Francia onor, tu in mille scritti
Celebrata da' tuoi novella Aspasia,
Taide novella ai facili sapienti
De la Gallica Atene, i tuoi precetti
 



625




630
Tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno
Pasci l'alto pensier tu che all'Italia,
Poi che rapírle i tuoi l'oro e le gemme,
Invidiasti il fedo loto ancora
Onde macchiato è il Certaldese o l'altro
Per cui va sí famoso il pazzo conte.
Questi o signore i tuoi studiati autori
Fieno e mill'altri che guidaro in Francia
I bendati sultani i regi persi
E le peregrinanti arabe dame,
 



635




640
O che con penna liberale ai cani
Ragion donaro e ai barbari sedili,
E dier feste e conviti e liete scene
Ai polli ed alle gru d'amor maestre.
Oh pascol degno d'anima sublime!
Oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto
È che s'incurvi riverente il vulgo,
E gli oracoli attenda. Or chi fie dunque
Sí temerario che in suo cor ti beffe
Qualor, partendo da sí gravi studi,
 



645




650
Del tuo paese l'ignoranza accusi,
E tenti aprir col tuo felice raggio
La gotica caliggine che annosa
Siede sugli occhi a le misere genti?
Cosí non mai ti venga estranea cura
Questi a troncar sí preziosi istanti
In cui del pari e a la dorata chioma
Splendor dai novo ed al celeste ingegno.
    Non pertanto avverrà che tu sospenda
Quindi a poco il versar de' libri amati,
 



655




660
E che ad altro ti volga. A te quest'ora
Condurrà il merciaiol che in patria or torna
Pronto inventor di lusinghiere fole
E liberal di forastieri nomi
A merci che non mai varcaro i monti.
Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch'ose
Unqua mentire ad un tuo pari in faccia?
Ei fia che venda se a te piace o cambi
Mille fregi e lavori a cui la moda
Di viver concedette un giorno intero
 



665




670
Tra le folte d'inezie illustri tasche:
Poi lieto se n'andrà con l'una mano
Pesante di molt'oro; e in cor gioiendo
Spregerà le bestemmie imprecatrici
E il gittato lavoro e i vani passi
Del calzolar diserto e del drappiere;
E dirà lor: «Ben degna pena avete
O troppo ancor religiosi servi
De la necessitade, antiqua è vero
Madre e donna dell'arti, or nondimeno
 



675




680
Fatta cenciosa e vile. Al suo possente
Amabil vincitor v'era assai meglio
O miseri ubbidire. Il lusso il lusso
Oggi sol puote dal ferace corno
Versar su l'arti a lui vassalle applausi
E non contesi mai premi e ricchezze».
    L'ore fien queste ancor che a te ne vegna
Il delicato miniator di belle
Che de la corte d'Amatunta uscío
Stipendiato ministro atto agli affari
 



685




690
Sollecitar dell'amorosa diva.
Or tu l'affretta impaziente e sprona
Sí ch'a te porga il desiato avorio
Che de le amate forme impresso ride,
Sia che il pennel cortese ivi dispieghi
L'alme sembianze del tuo viso, ond'aggia
Tacito pasco allor che te non vede
La pudica d'altrui sposa a te cara;
Sia che di lei medesma al vivo esprima
Il vago aspetto; o, se ti piace, ancora
 



695




700
D'altra beltà furtiva a te presenti
Con piú largo confin le amiche membra.
Doman fie poi che la concessa imago
Entro arnese gentil per te si chiuda
Con opposto cristallo ove tu faccia
Sovente paragon di tua beltade
Con la beltà de la tua dama; o ai guardi
Degl'invidi la tolga, e in sen l'asconda
Sagace tabacchiera; o a te riluca
Sul minor dito in fra le gemme e l'oro;
 



705




710
O de le grazie del tuo viso desti
Soavi rimembranze al braccio avvolta
Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.
Ed ecco alfin che a le tue luci appare
L'artificio compiuto. Or cauto osserva
Se bene il simulato al ver s'adegue,
Vie piú rigido assai se il tuo sembiante
Esprimer denno i colorati punti
Che l'arte ivi dispose. Or brune troppo
A te parran le guance, or fia ch'ecceda
 



715




720
Mal frenata la bocca, or qual conviene
A camuso Etiòpe il naso fia.
Anco sovente d'accusar ti piaccia
Il dipintor che non atteggi ardito
L'agili membra e il dignitoso busto;
O che mal tra le leggi a la tua forma
Dia contorno o la posi o la panneggi.
È ver che tu del grande di Crotone
Non conosci la scola, e mai tua destra
Non abbassossi a la volgar matita
 



725




730
Che fu nell'altra età cara a' tuoi pari
Cui non gustate ancora eran piú dolci
E piú nobili cure a te serbate.
Ma che non puote quel d'ogni scienza
Gusto trionfator che all'ordin vostro
In vece di maestro il ciel concesse;
E d'onde a voi coniò le altere menti
Acciò che possan dell'uman confine
Oltre passar la paludosa nebbia
E d'etere piú puro abitatrici
 



735




740
Non fallibili scerre il vero e il bello?
Però qual piú ti par loda o riprendi
Non men fermo d'allor che a scranna siedi
Raffael giudicando o l'altro egregio
Che del gran nome suo l'Adige onora;
E a le tavole ignote i noti nomi
Grave comparti di color che primi
Furo nell'arte. Ah s'altri è sí procace
Ch'osi rider di te, costui pavente
L'augusta maestà del tuo cospetto,
 



745




750
Si volga a la parete, e mentre cerca
Por freno in van col morder de le labbra
A lo scrosciar de le importune risa
Che scoppian da' precordi, violenta
Convulsione a lui deforme il volto,
E lo affoghi aspra tosse e lo punisca
Di sua temerità. Ma tu non pensa
Ch'altri ardisca di te rider giammai;
E mai sempre imperterrito decidi.
    Or giunta è alfin del dotto pettin l'opra:
 



755




760
E il maestro elegante intorno spande
Da la man scossa polveroso nembo,
Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.
D'orribil piato risonar s'udío
Già la corte d'Amore. I tardi vegli
Grinzuti osàr co' giovani nipoti
Contendere di grado in faccia al soglio
Del comune lor dio. Rise la fresca
Gioventude animosa; e d'agri motti
Libera punse la senil baldanza.
 



765




770
Gran tumulto nascea; se non che Amore,
Ch'ogni diseguaglianza odia in sua corte,
A spegner mosse i perigliosi sdegni:
E a quei che militando incanutiro
Suoi servi apprese a simular con arte
I duo bei fior che in giovanile gota
Educa e nudre di sua man natura:
Indi fe' cenno; e in un balen fur visti
Mille alati ministri alto volando
Scoter lor piume, onde fioccò leggera
 



775




780
Candida polve che a posar poi venne
Su le giovani chiome: e in bianco volse
E il biondo e il nero e l'odiato rosso.
L'occhio cosí nell'amorosa reggia
Piú non distinse le due opposte etadi:
E solo vi restò giudice il tatto.
Tu pertanto o signor tu che se' il primo
Fregio ed onor dell'acidalio regno
I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa
Già da provvida man la bianca polve
 



785




790
In piccolo stanzin con l'aere pugna,
E degli atomi suoi tutto riempie
Egualmente divisa. Or ti fa core,
E in seno a quella vorticosa nebbia
Animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!
Tale il grand'avo tuo tra il fumo e il foco
Orribile di Marte furiando
Gittossi allor che i palitanti lari
De la patria difese, e ruppe e in fuga
Mise l'oste feroce. Ei nondimeno
 



795




800
Fuligginoso il volto e d'atro sangue
Asperso e di sudore e co' capelli
Stracciati ed irti de la mischia uscío
Spettacol fero ai cittadini stessi
Per sua man salvi; ove tu, assai piú vago
E leggiadro a vederse, in bianca spoglia
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi
De la cara tua patria a cui dell'avo
Il forte braccio e il viso almo celeste
Del nipote dovean portar salute.
 



805




810
    Non vedi omai qual con solerte mano
Rechin di vesti a te pubblico arredo
I damigelli tuoi? Rodano e Senna
Le tesserono a gara; e qui cucille
Opulento sartor cui su lo scudo
Serpe intrecciato a forbici eleganti
Il titol di monsú: né sol dà leggi
A la materia la stagion diverse,
Ma qual piú si conviene al giorno e all'ora
Vari sono il lavoro e la ricchezza.
 



815




820
Vieni o fior degli eroi vieni; e qual suole
Nel piú dubbio de' casi alto monarca
Avanti al trono suo convocar lento
Di satrapi concilio a cui nell'ampia
Calvizie de la fronte il senno appare;
Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo
Grave t'assidi, e lor sentenza ascolta.
Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia
Liscia e piana salir su per le gambe
La docil calza, un sia presente al volto,
 



825




830
Un dietro al capo: e la percossa luce,
Quinci e quindi tornando, a un tempo solo
Tutto al giudizio de' tuoi guardi esponga
L'apparato dell'arte. Intanto i servi
A te sudino intorno: e qual piegate
Le ginocchia in sul suol prono ti stringa
Il molle piè di lucidi fermagli;
E qual del biondo crin che i nodi eccede,
Su le schiene ondeggiante in negro velo
I tesori raccoglia; e qual già pronto
 



835




840
Venga spiegando la nettarea veste.
Fortunato garzone a cui la moda
In fioriti canestri e di vermiglia
Seta coperti preparò tal copia
D'ornamenti e di pompe! Ella pur ieri
A te dono ne féo. La notte intera
Faticaron per te cent'aghi e cento;
E di percossi e ripercossi ferri
Per le tacite case andò il rimbombo:
Ma non in van poi che di novo fasto
 



845




850
Oggi superbo nel bel mondo andrai;
E per entro l'invidia e lo stupore
Passerai de' tuoi pari eguale a un dio
Folto bisbiglio sollevando intorno.
    Figlie de la memoria inclite suore
Che invocate scendendo i feri nomi
De le squadre diverse e degli eroi
Annoveraste ai grandi che cantaro
Achille, Enea e il non minor Buglione,
Or m'è d'uopo di voi. Tropp'ardua impresa
 



855




860
E insuperabil senza vostr'aita
Fia ricordare al mio signor di quanti
Leggiadri arnesi graverà sue vesti
Pria che di sé nel mondo esca a far pompa.
Ma qual di tanti e sí leggiadri arnesi
Sí felice sarà che innanzi agli altri,
Signor, venga a formar tua nobil soma?
Tutti importan del pari. Ecco l'astuccio
Di pelli rilucenti ornato e d'oro
Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero
 



865




870
Occupar di sua mole. Esso a cent'usi
Opportuno si vanta: e ad esso in grembo
Atta agli orecchi ai denti ai peli all'ugne
Vien forbita famiglia. Ai primi onori
Seco s'affretta d'odorifer'onda
Pieno cristal che a la tua vita in forse
Doni conforto allor che il vulgo ardisca
Troppo accosto vibrar da la vil salma
Fastidiosi effluvi a le tue nari.
Né men pronto di quello e all'uopo stesso
 



875




880
L'imitante un cuscin purpureo drappo
Reca turgido il sen d'erbe odorate
Che l'aprica montagna in tuo favore
Al possente meriggio educa e scalda.
Ecco vien poi da cristallina rupe
Tolto nobil vasello. Indi traluce
Prezioso confetto ove agli aromi
Stimolanti s'uní l'ambra o la terra
Che il Giappon manda a profumar de' grandi
L'etereo fiato, o quel che il Caramano
 



885




890
Fa gemer latte dall'inciso capo
De' papaveri suoi; perché, se mai
Non ben felice amor l'alma t'attrista,
Lene serpendo per li membri acquete
A te gli spirti, e ne la mente induca
Lieta stupidità che mille adune
Imagin dolci e al tuo desio conformi.
A tanto arredo il cannocchial succeda
E la chiusa tra l'oro anglica lente.
Quel notturno favor ti presti allora
 



895




900
Che al teatro t'assidi, e t'avvicini
O i piè leggeri o le canore labbra
Da la scena remota; o con maligno
Guardo dell'alte vai logge spiando
Le abitate tenèbre; o miri altronde
Gli ognor nascenti e moribondi amori
De le tenere dame, onde s'appresti
All'eloquenza tua nel dí venturo
Lunga e grave materia. A te la lente
Nel giorno assista; e degli sguardi tuoi
 



905




910
Economa presieda; e sí li parta
Che il mirato da te vada superbo,
Né i mal visti accusarte osin giammai.
La lente ancor su l'occhio tuo sedendo
Irrefragabil giudice condanni
O approvi di Palladio i muri e gli archi
O di Tizian le tele: essa a le vesti
Ai libri ai volti feminili applauda
Severa o li dispregi: e chi del senso
Comun sí privo fia che insorger osi
 



915




920
Contro al sentenziar de la tua lente?
Non per questa però sdegna o signore
Giunto a lo speglio in gallico sermone
Il vezzoso giornal, non le notate
Eburnee tavolette a guardar preste
Tuoi sublimi pensier fin ch'abbian luce
Doman tra i belli spirti; e non isdegna
La picciola guaina ove al tuo cenno
Mille ognora stan pronti argentei spilli.
Oh quante volte a cavalier sagace
 



925




930
Ho vedut'io le man render beate
Uno apprestato a tempo unico spillo!
Ma dove ahi dove inonorato e solo
Lasci 'l coltello a cui l'oro e l'acciaro
Donàr gemina lama, e a cui la madre
De la gemma piú bella d'Anfitrite
Diè manico elegante, onde il colore
Con dolce variar l'iride imíta?
Verrà il tempo verrà che ne' superbi
Convivi ognaltro avanzerai per fama
 



935




940
D'esimio trinciatore; e i plausi e i gridi
De' tuoi gran pari ecciterai qualora,
Pollo o fagian con le forcine in alto
Sospeso, a un colpo il priverai dell'anca
Mirabilmente. Or qual piú resta omai
Onde colmar tue tasche inclito ingombro?
Ecco a molti colori oro distinto,
Ecco nobil testuggine su cui
Voluttuose imagini lo sguardo
Invitan degli eroi. Copia squisita
 



945




950
Di fumido rapè quivi è serbata
E di spagna oleoso, onde lontana
Pur come suol fastidioso insetto
Da te fugga la noia. Ecco che smaglia
Cupido a te di circondar le dita
Vivo splendor di preziose anella.
Ami la pietra ove si stanno ignude
Sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece
Creder opra d'Argivi allor ch'ei chiese
Tanto tesoro, e d'erudito il nome
 



955




960
Ti compartí prostrandosi a' tuoi piedi?
Vuoi tu i lieti rubini? O piú t'aggrada
Sceglier quest'oggi l'indico adamante
Là dove il lusso incantator costrinse
La fatica e il sudor di cento buoi
Che pria vagando per le tue campagne
Facean sotto ai lor piè nascere i beni?
Prendi o tutti o qual vuoi; ma l'aureo cerchio
Che sculto intorno è d'amorosi motti
Ognor teco si vegga, e il minor dito
 



965




970
Premati alquanto, e sovvenir ti faccia
Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.
Vengane alfin degli orioi gemmati
Venga il duplice pondo; e a te de l'ore
Che all'alte imprese dispensar conviene
Faccia rigida prova. Ohimè che vago
Arsenal minutissimo di cose
Ciondola quindi, e ripercosso insieme
Molce con soavissimo tintinno!
Ma v'hai tu il meglio? Ah sí, che i miei precetti
 



975




980
Sagace prevenisti. Ecco risplende
Chiuso in breve cristallo il dolce pegno
Di fortunato amor: lungi, o profani,
Ché a voi tant'oltre penetrar non lice.
    Compiuto è il gran lavoro. Odi, signore,
Sonar già intorno la ferrata zampa
De' superbi corsier che irrequieti
Ne' grand'atri sospinge arretra e volge
La disciplina dell'ardito auriga.
Sorgi, e t'appresta a render baldi e lieti
 



985




990
Del tuo nobile incarco i bruti ancora.
Ma a possente signor scender non lice
Da le stanze superne infin che al gelo
O al meriggio non abbia il cocchier stanco
Durato un pezzo, onde l'uom servo intenda
Per quanto immensa via natura il parta
Dal suo signore. Or dunque i miei precetti
Io seguirò, ché varie al tuo mattino
Portar dee cure il variar de' giorni:
Tu dolce intanto prenderai solazzo
 



995




1000
Ad agitar fra le tranquille dita
Dell'oriolo i ciondoli vezzosi.
    Signore al ciel non è cosa piú cara
Di tua salute: e troppo a noi mortali
È il viver de' tuoi pari util tesoro.
Uopo è talor che dagli egregi affanni
T'allevii alquanto, e con pietosa mano
Il teso per gran tempo arco rallente.
Tu dunque allor che placida mattina
Vestita riderà d'un bel sereno
 



1005




1010
Esci pedestre, e le abbattute membra
All'aura salutar snoda e rinfranca.
Di nobil cuoio a te la gamba calzi
Purpureo stivaletto, onde giammai
Non profanin tuo piè la polve o il limo
Che l'uom calpesta. A te s'avvolga intorno
Veste leggiadra che sul fianco sciolta
Sventoli andando; e le formose braccia
Stringa in maniche anguste a cui vermiglio
O cilestro ermesino orni gli estremi
 



1015




1020
Del bel color che l'elitropio tigne
O pur d'oriental candido bisso
Voluminosa benda indi a te fasci
La snella gola. E il crin... Ma il crin, signore,
Forma non abbia ancor da la man dotta
Dell'artefice suo; ché troppo fora,
Ahi troppo grave error lasciar tant'opra
De le licenziose aure in balía.
Né senz'arte però vada negletto
Sugli omeri a cader; ma, o che natura
 



1025




1030
A te il nodrisca, o che da ignote fronti
Il piú famoso parrucchier lo involi,
E lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo
Ripiegato l'afferri e lo sospenda
Con testugginei denti il pettin curvo.
Ampio cappello alfin che il disco agguagli
Del gran lume febeo tutto ti copra,
E allo sguardo profan tuo nume asconda.
Poi che cosí le belle membra ornate
Con artifici negligenti avrai,
 



1035




1040
Esci soletto a respirar talora
I mattutini fiati: e lieve canna
Brandendo con la man, quasi baleno
Le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo
Che s'oppone al tuo corso. In altra guisa
Fora colpa l'uscir; però che andriéno
Mal dal vulgo distinti i primi eroi.
    Tal giorno ancora, o d'ogni giorno forse
Fien qualch'ore serbate al molle ferro
Che i peli a te rigermoglianti a pena
 



1045




1050
D'in su la guancia miete; e par che invidi
Ch'altri fuor che sé solo indaghi o scopra
Unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno
Che di lavacro universal convienti
Terger le vaghe membra. È ver che allora
D'esser mortal dubiterai; ma innalza
Tu allor la mente ai grandi aviti onori
Che fino a te per secoli cotanti
Misti scesero al chiaro altero sangue:
E il pensier ubbioso al par di nebbia
 



1055




1060
Per lo vasto vedrai aere smarrirsi
Ai raggi de la gloria onde t'investi;
E di te pago sorgerai qual pria
Gran semideo che a sé solo somiglia.
Fama è cosí che il dí quinto le fate
Loro salma immortal vedean coprirsi
Già d'orribili scaglie, e in feda serpe
Volta strisciar sul suolo a sé facendo
De le inarcate spire impeto e forza:
Ma il primo sol le rivedea piú belle
 



1065




1070
Far beati gli amanti e a un volger d'occhi
Mescere a voglia lor la terra e il mare.
    Assai l'auriga bestemmiò finora
I tuoi nobili indugi: assai la terra
Calpestaro i cavalli. Or via veloce
Reca, o servo gentil, reca il cappello
Ch'ornan fulgidi nodi: e tu frattanto
Fero genio di Marte a guardar posto
De la stirpe de' numi il caro fianco,
Al mio giovan eroe cigni la spada,
 



1075




1080
Corta e lieve non già, ma qual richiede
La stagion bellicosa al suol cadente,
E di triplice taglio armata e d'else
Immane. Quanto esser può mai sublime
L'annoda pure onde la impugni all'uopo
La destra furibonda in un momento.
Né disdegnar con le sanguigne dita
Di ripulire ed ordinar quel nastro
Onde l'else è superbo. Industre studio
È di candida mano. Al mio signore
 



1085




1090
Dianzi donollo, e gliel appese al brando
L'altrui fida consorte a lui sí cara.
Tal del famoso Artú vide la corte
Le infiammate d'amor donzelle ardite
Ornar di piume e di purpuree fasce
I fatati guerrier; sí che poi lieti
Correan mortale ad incontrar periglio
In selve orrende fra i giganti e i mostri.
    Volgi o invitto campion, volgi tu pure
Il generoso piè dove la bella
 



1095




1100
E degli eguali tuoi scelto drappello
Sbadigliando t'aspetta all'alte mense.
Vieni, e godendo, nell'uscire, il lungo
Ordin superbo di tue stanze ammira.
Or già siamo all'estreme: alza i bei lumi
A le pendenti tavole vetuste
Che a te degli avi tuoi serbano ancora
Gli atti e le forme. Quei che in duro dante
Strigne le membra, e cui sí grande ingombra
Traforato collar le grandi spalle,
 



1105




1110
Fu di macchine autor; cinse d'invitte
Mura i penati; e da le nere torri
Signoreggiando il mar, verso le aduste
Spiagge la predatrice Africa spinse.
Vedi quel magro a cui canuto e raro
Pende il crin da la nuca, e l'altro a cui
Su la guancia pienotta e sopra il mento
Serpe triplice pelo? Ambo s'adornano
Di toga magistral cadente ai piedi:
L'uno a Temi fu sacro: entro a' Licei
 



1115




1120
La gioventú pellegrinando ei trasse
Agli oracoli suoi; indi sedette
Nel senato de' padri; e le disperse
Leggi raccolte, ne fe' parte al mondo:
L'altro sacro ad Igeia. Non odi ancora
Presso a un secol di vita il buon vegliardo
Di lui narrar quel che da' padri suoi
Nonagenari udí, com'ei spargesse
Su la plebe infelice oro e salute
Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande
 



1125




1130
A cui sí fosco parruccon s'innalza
Sopra la fronte spaziosa; e scende
Di minuti botton serie infinita
Lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse
Studi a la patria; ei di perenne aita
I miseri dotò; portici e vie
Stese per la cittade; e dagli ombrosi
Lor lontani recessi a lei dedusse
Le pure onde salubri, e ne' quadrivi
E in mezzo agli ampli fori alto le fece
 



1135




1140
Salir scherzando a rinfrescar la state,
Madre di morbi popolari. Oh come
Ardi a tal vista di beato orgoglio
Magnanimo garzon! Folle! A cui parlo?
Ei già piú non m'ascolta: odiò que' ceffi
Il suo guardo gentil: noia lui prese
Di sí vieti racconti: e già s'affretta
Giú per le scale impaziente. Addio
Degli uomini delizia e di tua stirpe
E de la patria tua gloria e sostegno.
 



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Ecco che umíli in bipartita schiera
T'accolgono i tuoi servi. Altri già pronto
Via se ne corre ad annunciare al mondo
Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia
Timido ti sostien mentre il dorato
Cocchio tu sali, e tacito e severo
Sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo
E cedi il passo al trono ove s'asside
Il mio signore. Ah te meschin s'ei perde
Un sol per te de' preziosi istanti!
 



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Temi il non mai da legge o verga o fune
Domabile cocchier: temi le rote
Che già piú volte le tue membra in giro
Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,
Spettacol miserabile! segnaro.
 



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