XXV
ALLA MUSA
Te il mercadante, che con ciglio asciutto
Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama
Dura avarizia nel remoto flutto,
Musa, non ama.
Né quei, cui l'alma ambiziosa rode
Fulgida cura; onde salir piú agogna;
E la molto fra il dí temuta frode
Torbido sogna.
Né giovane, che pari a tauro irrompa
Ove alla cieca piú Venere piace:
|
5
10
|
Né donna, che d'amanti osi gran pompa
Spiegar procace.
Sai tu, vergine dea, chi la parola
Modulata da te gusta od imíta;
Onde ingenuo piacer sgorga, e consola
L'umana vita?
Colui cui diede il ciel placido senso
E puri affetti e semplice costume;
Che, di sé pago e dell'avito censo,
Piú non presume;
|
15
20
|
Che spesso al faticoso ozio de' grandi
E all'urbano clamor s'invola, e vive
Ove spande natura influssi blandi
O in colli o in rive;
E in stuol d'amici numerato e casto,
Tra parco e delicato al desco asside;
E la splendida turba e il vano fasto
Lieto deride;
Che ai buoni, ovunque sia, dona favore;
E cerca il vero; e il bello ama innocente;
|
25
30
|
E passa l'età sua tranquilla, il core
Sano e la mente.
Dunque perché quella sí grata un giorno,
Del giovin cui diè nome il dio di Delo,
Cetra si tace; e le fa lenta intorno
Polvere velo?
Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,
Ei già, scendendo a me, giudice fea
Me de' suoi carmi: e a me chiedea consiglio:
E lode avea.
|
35
40
|
Ma or non piú. Chi sa? Simíle a rosa
Tutta fresca e vermiglia al sol che nasce,
Tutto forse di lui l'eletta sposa
L'animo pasce.
E di bellezza, di virtú, di raro
Amor, di grazie, di pudor natio
L'occupa sí, ch'ei cede ogni già caro
Studio all'oblio.
Musa, mentr'ella il vago crine annoda
A lei t'appressa; e con vezzoso dito
|
45
50
|
A lei premi l'orecchio; e dille, e t'oda
Anco il marito:
«Giovinetta crudel, perché mi togli
Tutto il mio D'Adda, e di mie cure il pregio,
E la speme concetta, e i dolci orgogli
D'alunno egregio?
Costui di me, de' genii miei si accese
Pria che di te. Codeste forme infanti
Erano ancor, quando vaghezza il prese
De' nostri canti.
|
55
60
|
Ei t'era ignoto ancor quando a me piacque.
Io di mia man per l'ombra e per la lieve
Aura de' lauri l'avviai ver l'acque
Che, al par di neve
Bianche le spume, scaturir dall'alto
Fece Aganippe il bel destrier che ha l'ale:
Onde chi beve io tra i celesti esalto
E fo immortale.
Io con le nostre il volsi arti divine
Al decente, al gentile, al raro, al bello:
|
65
70
|
Fin che tu stessa gli apparisti al fine
Caro modello.
E se nobil per lui fiamma fu desta
Nel suo petto non conscio, e s'ei nodria
Nobil fiamma per te, sol opra è questa
Del cielo e mia.
Ecco già l'ale il nono mese or scioglie
Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,
Te chiaramente in fra le madri accoglie
Il giovin alvo.
|
75
80
|
Lascia che a me solo un momento ei torni;
E novo entro al tuo cor sorgere affetto,
E novo sentirai dai versi adorni
Piover diletto:
Però ch'io stessa, il gomito posando
Di tua seggiola al dorso, a lui col suono
De la soave andrò tibia spirando
Facile tono:
Onde rapito, ei canterà che sposo
Già felice il rendesti, e amante amato;
|
85
90
|
E tosto il renderai dal grembo ascoso
Padre beato.
Scenderà in tanto dall'eterea mole
Giuno, che i preghi de le incinte ascolta;
E vergin io de la Memoria prole,
Nel velo avvolta,
Uscirò co' bei carmi; e andrò gentile
Dono a farne al Parini, italo cigno,
Che, ai buoni amico, alto disdegna il vile
Volgo maligno».
|
95
100
|
|